Ferrarotti, intervista dal Trampolino

Ferrarotti è un grande sociologo, un abile pensatore, un maestro dal pensiero profondo e un nostro stimatissimo autore. L'intervista integrale è qui: https://iltrampolino.com/blog/2017/10/23/franco-ferrarotti-sul-libro/

Pubblicato da Il Trampolino su Lunedì 23 ottobre 2017

 

Iniziamo con la scelta della nostra casa editrice per il suo libro “L’Europa al Bivio”.
«Non è stata una scelta, è accaduto come accadono molte cose nella vita: voi avete avuto interesse per il tema. E il tema è importante: l’Europa per la prima volta, dopo venticinque secoli, dall’Atene di Pericle, nel quinto secolo avanti Cristo, oggi, non ha più il proprio destino nelle proprie mani; l’avvenire, il destino dell’Europa oggi, parlo dell’Unione Europea… anche dopo la Brexit… gli inglesi non hanno mai fatto parte veramente dell’Europa, perché intanto non hanno partecipato all’euro, poi ritengono di essere il termine mediatore fra Stati Uniti/America ed Europa. Beh, bisogna riconoscerlo: questi ventisette paesi… l’Unione Europea dipende oggi economicamente, e anche in fondo, politicamente, da ciò che avviene, da ciò che si decide tra Trump e Putin, in sostanza, e, in subordine, Cina ed India. Si direbbe… se mi consente un’espressione un po’… che la storia ha cambiato alloggio ed è passata dall’Europa, dall’Atlantico, al Pacifico. Detto questo, però, io ringrazio il Trampolino, ringrazio voi editori per il coraggio e l’iniziativa che avete dimostrato. “L’Europa al Bivio” secondo me è l’Europa di oggi: qual è il bivio? O un potere economico, politico, serio, forte… europeo… sovranazionale, quindi al di là dei singoli stati che hanno interessi divergenti, oppure, invece… la stagnazione, cioè l’Europa così com’è oggi, cioè un’unione più o meno formale, diciamo la verità, un’unione doganale, puramente di mercato».

L’Italia in questo contesto, e le sue imprese culturali, perché una casa editrice è soprattutto un’impresa culturale, come si può affacciare all’Europa per sfruttarne il più possibile le potenzialità?
«Intanto bisogna riconoscere che, è il tema fondamentale dell’editore di oggi, l’editore così come lo abbiamo conosciuto, è un po’ una figura residuale. Il rapporto tra autore ed editore è sempre stato un rapporto difficile. Io mi son permesso qualche volta di pensare che si trattasse di un rapporto tra impresario e prima donna; e la prima donna, purtroppo, non sapeva quanti testi si pubblicavano, quanti libri, non sapeva quanti se ne vendevano. Ma non solo: oggi la situazione da questo punto di vista è peggiorata. Cioè, siamo in una situazione in cui, veramente, l’autore sta scomparendo, perché l’autore, in fondo, ha una sola via d’uscita, ed è quella di legarsi, di diventare coeditore e lavorare assieme all’editore. E che vuol dire? Che, una volta di più, un problema e una situazione difficile crea un’opportunità. Io credo che ci sia oggi – ma è un’intuizione, non ho prove scientifiche per farne una proposizione intersoggettivamente vincolante – credo che oggi nella situazione di crisi in cui versiamo, ci sia la possibilità di una nuova partenza con editori che non abbiano il peso… di… diciamo strutturale, di antiche tradizioni. Il grande editore oggi cos’è? È un commerciante. Vende libri come se fossero carciofi, patate, carote… e infatti, non a caso, un uomo, un commerciante fortunato, un venditore d’immagine, d’aria fritta, come Berlusconi, a un certo punto, domina. Quando io penso, e spero che chi ci ascolta e ci guarda capisca, che una casa come Bompiani oggi è sotto la ferula di Mondadori che appartiene a Berlusconi, Edizioni di Comunità, l’Einaudi, la grande Einaudi, perché io da ragazzino ho lavorato insieme con Cesare Pavese, nel 1949 l’Einaudi pubblicava tre mie traduzioni, Theodor Reik, Il Rito Primitivo; La teoria della classe agiata, Thorstein Veblen; Howard Fast, Sciopero a Clarkton, nel ‘49. E l’anno dopo, purtroppo, un mio grande amico decideva di porre fine ai suoi giorni, Cesare Pavese… una grande perdita per la cultura non solo italiana. Diciamo, questa situazione di crisi ci dà l’opportunità per ripartire».

Ecco, appunto, noi vogliamo essere una casa editrice innovativa, in cui puntare soprattutto sulle giovani penne. Anche per descrivere il mondo con occhi diversi, con occhi nuovi. Che tipo di mondo, secondo lei, può venir fuori dai giovani scrittori di oggi?
«I giovani scrittori di oggi… non possono essere ciò che sono sempre stati i veri scrittori, hanno un problema con la lingua madre. Il vero scrittore è colui che ha una lotta costante, sanguinosa, difficile… infatti qualcuno ha detto “ci vorrebbe un’isola per ogni scrittore”…. ha bisogno di solitudine, di silenzio, perché lotta contro la lingua ricevuta. Noi nasciamo, parliamo… ma parliamo veramente? Siamo noi che parliamo o siamo parlati? Siamo parlati dalla lingua madre, la lingua… soprattutto in Italia dove, in fondo, lo diceva… ricordo certe conversazioni con Ignazio Silone – sa, questo è uno dei pochi vantaggi della longevità – Silone abitava qui vicino, via di Villa Ricotti, e Silone mi diceva: “In fondo l’italiano per noi è una lingua straniera, la impariamo a scuola. La nostra lingua è il dialetto, è l’interiezione spontanea che io non posso controllare quando qualcuno mi schiaccia un piede sull’autobus, e allora mi viene fuori la grande interiezione. Quella è la lingua”. Il vero scrittore è un uomo, o una donna… è una persona che ha un problema con la lingua ricevuta. Ne deve inventare un’altra e allora cosa ci vuole? Occorre capacità di descrivere, interpretare, analizzare il mondo in cui si vive, e nello stesso tempo trascendere l’accaduto e non pensare al successo. Questo è il punto: il successo è un miserabile participio passato “è succeduto”, è accaduto. Bisogna andare avanti. Ecco se nuovi editori… avranno… stavo per dire la fortuna, ma è più di una fortuna… il genio, la capacità di aprirsi, di dare modo a queste nuove voci che ci sono oggi… Oggi in fondo la letteratura italiana, tranne pochi nomi che poi sono i soliti, è in crisi. Quindi bisogna… però esistono… C’è una generazione intera oggi di giovani che sono un po’ ripiegati su sé stessi, e io ho parlato di un genocidio di un’intera generazione, una strage degli innocenti. Due milioni e mezzo di giovani disoccupati, o che hanno occupazione di tre mesi in tre mesi, ma non si vive di tre mesi in tre mesi! Non si progetta una vita! Tutto viene dilazionato, e ci si trova vecchi senza aver vissuto, come temeva Rousseau: “Si arriva a morte prima di aver vissuto”».

Però questi giovani scrittori, a cui ci prendiamo come obiettivo di dare voce, hanno bisogno anche di un pubblico. E, in Italia, ma anche negli altri paesi europei, c’è un problema che riguarda i giovani, ed è la lettura. Cosa ha rappresentato per lei la lettura? E cosa, secondo lei, può rappresentare per le giovani generazioni e cosa fare per incentivarla? – Il famoso sacro fuoco che lei diceva…
«E lo so, lei tocca un tema… Dal punto di vista generale, ci sono due logiche a confronto oggi che si contendono la lealtà, le anime delle persone, in tutto il mondo: la logica della lettura, della scrittura, e la logica invece dell’audiovisivo. La logica della lettura è una logica analitica, cartesiana, ha bisogno di silenzio, di solitudine, concentrazione sulla pagina, una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra; controllare al termine del capitolo se è in concordanza con le premesse, e così via. La logica dell’audiovisivo è radicalmente opposta e simmetrica a questa: è la logica dell’immagine sintetica, che colpisce con potere ipnotico e in qualche modo rende dipendente da sé l’osservatore, queste sono le due logiche. Oggi la logica dell’audiovisivo è talmente preponderante, che persino le lezioni accademiche non sono più quelle che si facevano un tempo, di tre quarti d’ora, ore rotundo, sono lezioni che si fanno col filmato, con la lavagna luminosa, col diagramma! Non solo, ma non c’è più neppure la figura che era il professore, cioè una persona che aveva dedicato la propria vita alla cultura come progetto di vita. Chi c’è? Il professore demotivato; se uno è demotivato non può trasmettere ai propri allievi la motivazione che non ha. Non ce l’ha! È svuotato! Sai, il vero professore di una volta, preferisco dire, anche per questione di fortuna, è un piromane, è uno che accende un fuoco. Questo fuoco non c’è: è spento. È spento perché l’audiovisivo… guardi, io ho cercato, ho scritto dei libri addirittura su questo tema… Perché l’audiovisivo non ha lo stesso potere, pur avendo un potere ipnotico che però rende dipendenti, passivi, non ha la carica, potenzialmente, diciamo eversiva e creativa della logica della scrittura? Perché? Perché l’immagine viene offerta già preconfezionata! Mentre con la parola, la logica, l’immagine c’è sempre, ma me la faccio io, leggendo. Mi creo le mie immagini. Sono mie! Mentre se io comincio a vivere invece d’immagini mutuate dall’esterno, io svuoto me stesso; mi esteriorizza. Infatti, l’effetto è che – lo sto studiando, c’è una ricerca che porto avanti su questo punto – l’effetto, diciamo, è più negativo; l’effetto deteriore della vittoria della logica dell’audiovisivo consiste in un fattore di deconcentrazione. E dell’avere in apparenza un arricchimento, perché gli stimoli aumentano, le immagini mi colpiscono da tutte le parti, ma è un arricchimento irrisorio, in realtà è uno svuotamento, perché non sono più. Io sono conteso in mille direzioni e non scelgo più nulla: sono… divento passivo. La passività d’altra parte, in questo caso, mentre tutti gli psicologi ne lamentano gli effetti, io la riconosco, la comprendo: la passività di oggi, di molti giovani, è l’atteggiamento della marmotta, dell’animale che di fronte al pericolo si ritira, si rintana, si rintana in un privato privo di senso, ormai svuotato. Quindi, noi abbiamo… bisogna tornare alla lettura come operazione personale interiore di concentrazione, su quella pagina, su quella, mentre… lei potrà obbiettarmi: “E l’immagine?” Sì, l’immagine sì, ma me la costruisco io».

Lei parlava di professori demotivati all’università, però nel mondo della cultura ha un ruolo fondamentale anche il ruolo dell’intellettuale. Che ruolo deve avere, secondo lei, in questo momento storico, l’intellettuale? Proprio questo, accendere le passioni?
«Nella nostra società, l’intellettuale, se mi permette una battuta, è una persona che cerca un posto fisso. L’intellettuale vero è il rappresentante, è il praticante dello spirito critico. È un guastatore intellettuale! L’intellettuale è un guastatore delle cose come sono; un vero guastatore intellettuale, non solo… Roland Barthes, che certo fra i saggisti francesi, oramai ci ha lasciato, è uno dei più intelligenti, parla dell’intellettuale come di un mero residuo, “dèbris”, è ciò che resta, ma è, mi permetto, il residuo fondamentale; è il superfluo più necessario, perché? Perché una società senza spirito critico – e l’intellettuale incarna questo spirito – è una società senza utopia, incapace di trascendere: è una società che si avvita su sé stessa, ripete sé stessa, in base a un principio di “istessità”; il passaggio dallo stesso allo stesso, che altro non è che l’eterno burocratico, l’eterno ritorno dell’identico, su sé stesso, ed è la nostra società! Una società che al momento in cui… è molto veloce, tutto viene fatto rapidamente… basta cliccare! Momento… Ha dimenticato lo scopo della velocità, lo scopo del viaggio lungo la via. Una società che ripete sé stessa, si avvita su sé stessa, una società senza utopia, senza spirito critico, non solo incapace di trascendersi, di immaginare una società diversa, ma perde la motivazione profonda del proprio slancio, e infatti la nostra società ormai, è una società fondamentalmente dominata da quella che io chiamo, mi permetto di chiamarla, una tendenza sotterranea potente isomorfica, per cui la società finisce per essere solo un insieme di stazioni di servizio identiche ovunque. La gente ancora viaggia, non viaggia! No. Viene catapultata! Sfugge a queste persone che oggi viaggiano, tutti viaggiano, sfugge la sostanza del viaggio, che è la fase intermedia tra i due punti, la partenza e l’arrivo. Arrivano prima ancora di essere partiti, per via del fuso orario. Questa è una società di quieta disperazione, che ha perduto la consapevolezza delle ragioni profonde della propria esistenza».

Quindi, ovviamente sta descrivendo una società che ha bisogno di idee innovative e ha bisogno anche di utopie. Ecco, non possiamo esimerci dal chiedere, allora a questo punto, visto la sua figura importante al fianco, di un grande “intellettuale pratico” del nostro tempo, e comunque dell’Italia, come era Olivetti. Secondo lei, le idee di Olivetti sono ancora applicabili, non sono state sfruttate a suo tempo e lo possono essere adesso?
«Lei tocca un tema che mi coinvolge anche emotivamente, perché per me, l’ombra di Olivetti mi accompagna. Perché vede… nemo profeta in patria, nemo profeta in famiglia. Olivetti è stato un personaggio straordinario per molti aspetti: era un personaggio che ha trasceso la propria posizione sociale. Un grande industriale del suo tempo, avendo ereditato dal padre una piccola fabbrichetta in mattoni rossi a Ivrea. Io ho avuto la ventura di essere accanto a lui proprio nel momento in cui questa piccola fabbrichetta in via Jervis a Ivrea, diventava una multinazionale, e addirittura arrivava ad avere esposto un suo prodotto, la lettera 22, al Museum of Modern Art di New York. La vita è strana. Come mai era così fortunato Olivetti? Perché Olivetti non era legato alle proprie origini, trascendeva, trascendeva il proprio ruolo. Tutti dicono “padrone illuminato”, “capitalista illuminato”, “voleva bene agli operai”… Sono… non voglio dire che sia tutto erroneo, non voglio mancare di carità verso chi usa queste formule, ma sono formule diffamanti. Non c’era nulla di paternalistico, in questo senso, in Olivetti. C’era, al contrario, il senso profondo del legame etico tra produzione di ricchezza e luogo, origini e radici, in cui si produce la comunità. Pensi che oggi le grandi multinazionali sono – e la gente dimentica questo aspetto – non solo sono dei grandi potentati finanziari i cui bilanci valgono molto più dei bilanci dei vari stati nazionali, non solo… sono basati su un principio fondamentale: la aterritorialità, cioè il non riconoscimento della comunità d’origine. Ignorano il territorio, sono i nuovi apolidi, i nuovi zingari del pianeta. Sono ovunque e in nessun luogo. Sono generalmente e giuridicamente collocati là dove non si pagano imposte, questo è sicuro… Olivetti aveva quindi… era un industriale non privato. Io ricorderò sempre – se me lo consente, una piccola parentesi – come era entusiasta dell’idea di cui parlavamo, che io volentieri cercavo di spiegare, comunque incitato da lui… per cui occorrerebbe avere un concetto di proprietà nel privato, privatistico, quindi, egoistico! Il diritto di proprietà privata, che è ancora fondamentale oggi, ma neppure statale, perché vuol dire statale e burocratico, il carrozzone burocratico… la proprietà plurima, il concetto di proprietà plurima, la componente tecnologica, il Politecnico di Torino, la componente operaia, tutti gli operai! Dall’amministratore delegato allo spazzacessi… tutti gli operai! Perché qualunque lavoro ha la stessa dignità. Poi il luogo del silenzio, il Comune, infine se me lo consente, un piccolo premio di consolazione ai vecchi azionisti privati, i quali naturalmente non erano entusiasti dell’idea».

Ma pensa che le idee innovative di Olivetti possano essere applicate a una casa editrice?
«Le idee di Olivetti sono estremamente importanti e le riassumo… se mi permette, perché il tempo purtroppo non è mai abbondante, né sufficientemente generoso per consentirci una lunga discussione… in una sola frase: abitanti del villaggio e cittadini del mondo».

Tornando al discorso appunto della casa editrice come fabbrica di cultura, ma anche d’innovazione: quale ruolo, secondo lei, deve avere oggi una casa editrice?
«Guardi, io ho avuto la fortuna immeritata, come tutte le fortune, di conoscere Giulio Einaudi. Giulio Einaudi mi diceva che considerava di pubblicare ogni anno almeno due o tre libri su cui era sicuro di perderci. L’editore non è un commerciante, non è un industriale, è uno scopritore di talenti. Questo è l’editore. L’editore oggi, soprattutto in una situazione in cui c’è la crisi della funzione intellettuale, in cui la figura dell’intellettuale, anche nelle situazioni migliori (in America addirittura diventa un drogato che si sente… è fuori dalla società, non ha un ruolo sociale, impazzisce, è fuori), basti pensare alla Beat Generation, no? La Beat Generation… oggi si parla dell’unico superstite Ferlinghetti, Ginsberg e tutti gli altri, Kerouac – Easy Rider – gente che rifiuta… ma anche in Italia… E io ho pubblicato recentemente un testo che s’intitola “Gli spaghettanti dello spirito”, parlano sempre di spirito e pensano agli spaghetti, soprattutto in questo momento noi avremmo bisogno di editori che vedessero al di là dei bilanci, al di là della logica commerciale, ragionieristica – un po’ gretta, necessariamente – vedessero le esigenze della vita culturale, e stimolassero la vita intellettuale. Oggi, per esempio, in una società che conosciamo direttamente, per esperienza di pelle, che è la società italiana, noi non possiamo far dipendere l’avvenire di questa società, che poi è contraddistinta da questa frattura enorme: una società antichissima, trenta secoli, e una struttura politica debole di appena centocinquant’ anni. Non possiamo far dipendere tutto dal Prodotto Interno Lordo. Il Prodotto Interno Lordo è importante! Il reddito medio pro-capite è certamente importante, ma non è sufficiente! Questo è il punto. Tutta una scuola, una struttura scolastica tesa verso il mercato, lo sbocco professionale è importante, ma io non posso… devo recuperare il valore della cultura come valore in sé, fondamentale, l’autoconsapevolezza; gli individui che fanno quello che fanno per il senso del dovere, più del senso di rispetto verso sé stessi; questo è importante. Noi in questo momento in Italia avremmo bisogno di editori che non siano soltanto commercianti, ma veri, grandi editori. Io ho avuto la fortuna di pubblicare con tutti gli editori in Italia, dalla Utet a Mondadori, a Liguori di Napoli a Laterza, il mio carissimo amico Vito Laterza. Questi erano editori, compreso Adriano Olivetti con Edizione di Comunità, editori che certamente avevano il senso dei bilanci in ordine, ma avevano come priorità assoluta il valore delle idee: oggi noi siamo in una società che ha bisogno più che mai di capire che le idee sono importanti, che i valori e i problemi umani non sono equiparabili ai problemi tecnici, i problemi tecnici sono problemi tecnicamente solubili applicando le istruzioni per l’uso, ma i problemi umani no, i problemi umani sono tensioni ricorrenti nel tempo che ci costituiscono come umanità e che sono il senso della giustizia, il riconoscimento, l’amore, che si risolvono poi in una sola frase, in una sola, se mi consente, regola etica: “tutti gli uomini, le donne, tutte le persone, tutti gli esseri umani sono esseri umani e come tali vanno riconosciuti, accolti e rispettati”».

Lei ha ricordato grandissimi editori che abbiamo avuto in Italia. Quando si parla di pubblicare un libro si pensa all’antica, di pubblicare un libro cartaceo. È possibile, secondo lei però, fare anche grande editoria attraverso altri supporti, perché ormai, come lei ha giustamente fatto notare, si è più portati all’audiovisivo, oppure si legge soltanto su tablet o smartphone?
«Personalmente io so… lei tocca un problema, una piaga aperta, mi permetta, una ferita. Oggi il libro è in pensione, oggi il libro di carta, su carta stampata non ha più… e in fondo, in un mondo che vive di aggeggi colorati, di mezzi elettronici attraenti, scintillanti, in cui non c’è persino programma televisivo che non abbia effetti speciali, il libro, che cos’è il libro? Il libro è un po’ di carta, tenuta insieme da uno spago oppure da una leccata di colla – che poi piace molto ai topi, i topi di biblioteca non sono soltanto… Il libro non può tenere, ma che cos’è che tuttavia mi rende partigiano del libro, e secondo me, del libro come un mezzo, un prodotto di consumo insostituibile? Me lo porto dietro e non ho bisogno del filo, della carta, della batteria; me lo leggo in bagno, nella vasca, senza timore di venire, magari, ammazzato per via dell’elettricità, di un cortocircuito; ci torno sopra, ci scrivo, ci scrivo a margine; il libro diventa veramente un oggetto di cui ci si innamora fisicamente. Mi riesce difficile trovare l’equivalente anche in un libro elettronico, mi riesce difficile; e poi non c’è possibilità di ritagliare niente! I ritagli… io sono pieno di ritagli, poi magari uno li dimentica o li deve buttare via… ma i ritagli sono dei momenti particolari. Lo so che la carta stampata è in crisi, spero che ci resti almeno la carta igienica».

Però i giovani sono abituati a supporti elettronici. Lei pensa che, per evocare quel famoso mondo, quella fantasia che il libro deve per forza far scaturire nel lettore, possano andar bene anche altri supporti come l’audiolibro, dove fino a un certo punto si limitano ad ascoltare, però possono anche immaginare?
«Guardi, l’audiolibro… L’audiolibro, per i neo-analfabeti della neo-oralità credo che vada benissimo, perché la lettura di per sé, la lettura è faticosa. Esige ciò che oggi i giovani non hanno più, e io spero avranno, cioè la capacità di concentrarsi e di rinunciare, perché ogni concentrazione è una scelta, ogni scelta è una rinuncia a tutto il resto! Io credo che i mezzi elettronici avranno, nell’avvenire, verso la fine di questo secolo, ancora una loro forte posizione, ma ci sarà un ritorno all’autoconsapevolezza legata alla capacità di concentrazione. Senza concentrazione non c’è pensiero profondo. Non solo, ma si tornerà a pensare in maniera strana, nuova, che però è l’antica: si scoprirà l’involontarietà del pensare. Oggi noi pensiamo sempre in vista di uno scopo prefissato da altri, dalla società, dall’azienda, precostituito, no, questo non è pensare, questo vuol dire semplicemente rimasticare il già preparato, e diciamo, senta, se mi consente un confronto, è la differenza tra un pasto preparato alla vecchia maniera e un precotto. Col precotto si fa presto, certo, così come con l’audiolibro, certo, ma a un certo punto, io credo che, verso il 2080, 2090, tornerà questo bisogno di ritorno in sé stessi e già lo avverto questo. Quindi, noi oggi, l’editore di oggi, mentre non rifiuta i nuovi mezzi elettronici, però nello stesso tempo resta l’uomo del libro, il libro proprio in senso classico; la copertina, la carta, il tipo di carta… il libro, nella sua semplicità, nella sua povertà anche come prodotto, il libro ritornerà, perché – sa perché? – perché la lettura esige il tempo. Ecco, tranquillità, tempo e solitudine. Il pomeriggio… infatti, io spesso mi sono domandato: quando abbiamo avuto la fortuna di scoprire l’autoconsapevolezza? Quand’è che un giovane, in qualche modo, pensa alle proprie esperienze, alla propria famiglia e sviluppa un senso del destino? Un pomeriggio di pioggia, magari nello studio paterno, a lume di un paralume, di una campana di vetro verde, sa, in un momento di noia suprema, col libro in mano, uno chiude il libro, pensa, e questo pensare involontario, a poco a poco, finisce per essere un “Che ci faccio qui? Perché sono al mondo? E cosa mi aspetto da me stesso?”. È questo il senso del destino. Questo oggi manca, perché invece di vivere, si accetta di venire vissuti. È vero che non sempre nel momento in cui viviamo siamo vissuti, ma occorre che la dimensione del vivere personale, individuale, irriproducibile, irripetibile, non riducibile ad altro, il proprio vivere, torni ad avere la priorità. Oggi noi abbiamo, invece… diamo la priorità a fattori esterni, che in qualche modo ci vivono prima che noi stessi viviamo; ci danno l’immagine prima che noi l’abbiamo; il libro, nella sua povertà tecnica, il libro ci riporta a noi stessi. I grandi mezzi elettronici… magnifici, divertenti… ci rubano a noi stessi, ci portano via. Io credo che oggi, guardi, lei oggi mi ha posto domande tremende e mi scuso ma non ho il tempo per rispondere, ma oggi, gli editori, che fino a ieri parlavano di contratto e diritto d’autore, no, gli editori oggi hanno un compito sociale, intellettuale, fondamentale per ogni società; mentre può darsi che l’autore scompaia come non esisteva durante il medioevo – era il copista, insomma, l’autore – io credo che oggi, invece che l’autore, conti l’editore, l’editore vero, l’editore non gravato da una organizzazione per cui deve occuparsi di cinema… no, l’editore di libri, io credo che questa figura, che in parte sembra in crescita, in realtà, è a questa figura che viene demandata una responsabilità sociale massiccia, deve riscoprire i termini intellettuali e morali della presenza, del significato della presenza umana nel mondo. Il libro ha questa funzione, ha sempre avuto questa funzione, e deve tornare ad averla, grazie all’editore; ma l’editore per questo deve scoprire nuovi talenti. Giulio Einaudi, Adriano Olivetti, Vito Laterza, potrei citare anche editori con cui ho pubblicato cose mie un po’ in tutto il mondo, soprattutto americani, evidentemente si ritenevano – me lo hanno detto qualche volta – scopritori di talenti, cercatori dell’intelligenza. Intendiamoci, se uno guarda naturalmente al mondo americano oggi, qualunque libro – io ho pubblicato un libro recentemente e ve lo posso far vedere, se lo trovo… Questo è un libro che è appena uscito “Social Theory for Old and New Modernities” – 120.000 copie, ma sapete perché? Il segreto, non perché io scriva dei best-seller, non mi interessano i best-seller, io voglio i long-seller, ma perché in America ci sono 300.000 biblioteche pubbliche e almeno la metà comprano libri, che hanno interesse».

Anche se è forte soprattutto il fatto che sia in inglese; come anche la possibilità della traduzione… Noi, per esempio, siamo una casa editrice che vorremmo i nostri autori emergenti tradurli anche in altre lingue per farli conoscere ad altre popolazioni che hanno altre lingue. Ecco, l’importanza della traduzione?
«Io purtroppo sono anche afflitto dal fatto che, lottando contro l’italiano, però io scrivo in inglese; ecco questo l’ho scritto direttamente in inglese, da me. E le dirò di più: alcuni piccoli editori italiani, piccoli nel senso che, insomma, non sono i grandi editori che una volta erano dei rotocalchi e oggi sono dei geni televisivi, che durano al mattino un quarto d’ora, questi hanno anche delle collane in inglese direttamente. E io mi permetterò di darle qualche testo in inglese. Io credo che sia necessario, perché in fondo la dimensione puramente nazionale è diventata una dimensione che non rende, che non è più in grado di venire incontro ai grandi eventi… noi viviamo, in realtà, in un mondo ormai dominato da una logica planetaria. L’avvenire è quello di scoprire che c’è una sola patria: ed è la madre terra, questo pianeta che qualche volta trattiamo troppo male, e in cui ci troviamo a vivere, passiamo una sola volta e dobbiamo essere degli ospiti discreti».

Ultima domanda: un messaggio lapidario ai giovani scrittori. Lei che consiglio darebbe ai giovani scrittori?
«Non rincorrere il successo. Non essere schiavi della moda corrente; perché la moda corrente è quella che corre, cambia continuamente, non è una base, ma interrogare sé stessi, interrogare il proprio ambiente, capirne il senso profondo, e cercare di immaginarlo in fondo universale, questo è… La grande letteratura è una letteratura localistica legata all’immediato, che però è in grado di trascendere un valore universale. Questa è una grande… è una sfida, ma chi è pronto ad accettare la sfida è anche pronto a rinnovare il linguaggio, a renderlo… Lo scrittore non è assolutamente un professionista. Chi è il professionista? È colui che rende un servizio dietro pagamento, su cui l’acquirente non ha niente da dire professionalmente. Lo scrittore chi è? È il testimone; deve rendere testimonianza della propria situazione di vita, e in qualche modo, senza alcuna ambizione di renderla, come dire, edificante, oppure, o quasi termine di confronto obbligatorio per… no, ma semplicemente attraverso una totale sincerità arrivare al punto da rendere questa testimonianza come un vero e proprio premio, direi più che premio, la parola giusta sarebbe: una vera e propria giustificazione della presenza umana nel mondo. Oggi abbiamo questo senso, come dire, d’inutilità, di casualità; no. Noi siamo…. lo scrittore, la scrittrice, la persona che scrive, viene a dirci che siamo in questo mondo per ragioni precise. E un mio amico, morto recentemente, un professore di sociologia, Pierre Bourdieu, diceva “L’uomo è un essere senza ragion d’essere”, aveva torto. L’uomo, la donna, gli umani sono esseri che per una volta passano su questo pianeta, con quale ragione? La ragione di testimoniare il senso della loro presenza. E qui il senso del destino non te lo dà l’impresa, il senso del destino devi ritrovarlo in te stesso e qui c’è la grande funzione della logica della lettura. Attraverso la lettura, attraverso la scrittura, gli umani si auto-interrogano e offrono a tutti gli altri, a tutti i loro confratelli, offrono il beneficio della propria meditazione».

29.07.17
Franco Ferrarotti
Trascrizione completa dell’intervista realizzata da Marco Maimeri per Il Trampolino